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Sulla Via Della Seta

 

 

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Diario di Viaggio

Tanti anni fa era arrivata al mio ufficio una cartolina raffigurante una moschea con il suo minareto: pur essendo solo una fotografia emanava una luce così ammaliante che mi emozionò. Proveniva da Samarcanda e giurai che prima o poi avrei raggiunto quell’angolo remoto.

E ce l’ho fatta: una notte di agosto finalmente scendo da un aereo nell’aria tiepida e asciutta di Tashkent.

La capitale è una città ariosa, con grandi viali, grandi parchi, un enorme mercato pulito e ordinato, ricco di frutta e ortaggi lussurreggianti e profumati e dove comincio a familiarizzare con i visi rotondi, gli occhi leggermente a mandorla e la stupefacente dolcezza di questa gente, nata da innumerevoli mescolanze e compenetrazioni.

Poco dopo arriva Samarcanda, “un nome che canta” come scrisse Terzani. Nella piazza del Registan ho pianto e non me ne vergogno. Sarà pure molto rimaneggiata, ma l’oro e l’azzurro sfolgorante delle cupole, la maestosità e l’armonia delle proporzioni mi fanno vibrare. Dal Registan lungo corsi maestosi e fioriti si arriva a Shar-i-Zindah, il monumentale viale di tombe le cui piastrelle colorate riempiono gli occhi di luce in un crescendo di bellezza, su fino alla cima della collina da cui si domina il fantastico viale. A Samarcanda senti il grande respiro dell’Asia, il silenzio immoto delle steppe infinite rotto soltanto dal rimbombo ovattato degli zoccoli dei cavalli sull’erba. Tra gli alberi ed i fiori dei parchi filtrano raggi di luce che vanno a riflettersi nelle fontane: guardo i colori e ascolto il continuo gorgoglio dell’acqua che rinfresca solo a sentirlo, come nelle Mille e una Notte.

E come nelle Mille e una Notte questa sera magica di un giorno magico siamo attratti dalla musica proveniente da un grande giardino. Ci affacciamo al cancello aperto: si sta festeggiando un matrimonio, la gente ci prende per mano, ci porta all’interno, ci offre cibo e bevande, balliamo e ridiamo con loro. Non sanno chi siamo nè mai lo sapranno ma ci hanno sorriso e voluti con loro per una notte di festa.

Ma Samarcanda e l’Uzbekistan sono anche la terra di Amir Timur, il mitico feroce Tamerlano, eroe nazionale del paese, e dei suoi discendenti. La sua tomba è qui a Samarcanda, in una cripta circondata di leggende intriganti e misteriose; qui c’è il gigantesco astrolabio costruito da Ulügbek, il nipote che preferì l’astronomia alla guerra.

Shakhr-i-sabz, ad un paio d’ore da Samarcanda, è invece la città natale di Tamerlano. La domina una gigantesca statua del condottiero e di lontano si incunea tra i resti del palazzo in modo da formare un’illusione ottica molto suggestiva. E’ venerdì, giorno di festa e sotto la statua sfilano le coppie di sposi che per tradizione benaugurale vengono qui a farsi fotografare.

C’è un’atmosfera mistica tra i resti del palazzo e della moschea, nel Mausoleo del maestro di Timur e nella tomba triste del suo figlio prediletto, morto a soli 22 anni.

Dopo aver attraversato una serie di valichi imponenti arriviamo a Bukhara, la più sacra delle città dell’Asia Centrale.

Bukhara è come una favola scritta su di una pergamena che si srotola riga dopo riga sotto i nostri occhi. Inizia dalla Lyabi-Hauz, romantica piazzetta delimitata da scuole coraniche e formata da un piccolo lago. Nella luce del tramonto le forme nere e contorte dei gelsi millenari gettano ombre misteriose sull’acqua dorata.

Prosegue in una vera caverna di Alì Babà, colma di autentiche meraviglie: per una volta in un bazar orientale le cianfrusaglie sono soffocate dalla bellezza. La seta fresca e variopinta dei ricami delle “suzanne” butta raggi di luce tra le ombre dei vicoli.

La pergamena si srotola ancora e percorrendo una strada soleggiata e polverosa si intravvede la sagoma di una straordinaria cupola blu che si confonde con il cielo. Ammutoliamo perchè ad ogni passo sfolgora una nuova cupola o l’arco di un portico con tutti i colori del mondo, finchè la piazza del Minareto Kalon si rivela tutta. Kalon in lingua tagika significa grande e grandi e splendidi sono piazza e minareto, tanto che nemmeno Gengis Khan ebbe il coraggio di toccarli.

Dall’alto del minareto coni di luce rosata illuminano le 288 cupolette grigie e le tante luminosissime cupole blu della moschea. All’orizzonte, oltre la città, oltre le antiche mura, si intravvede un pezzo di deserto. Nel cortile troneggia un gigantesco gelso e intorno riverberano le decorazioni ricchissime del portico.

Samarcanda era il grande respiro dell’Asia, Bukhara è luce pura dei suoi spazi infiniti.

Il secondo giorno a Bukhara è un ripercorrere a ritmo lento gli angoli più suggestivi e cercarne di nuovi.

Scopriamo le Chaikane, le case da thè con il patio ombroso, profumo di spezie e dolcetti al sesamo, assaporiamo la vivacità della Liaby-Hauz e dei suoi locali mentre la brezza della sera increspa appena il piccolo lago, compriamo al mercato pieno di luce e odoroso di Medio Oriente, ma dove i visi sono come bambole di porcellana e la frutta gigantesca e perfetta come fosse di cera.

Nel tardo pomeriggio assistiamo ad uno spettacolo di marionette che è molto più di quel che mi aspettassi: quattro bravissime ragazze inscenano una pantomima sul matrimonio, quanto mai briosa, profonda e divertente.

La cena è in una vera casa uzbeka, molto bella, piena di oggetti antichi: ci mostrano con orgoglio una collezione di dischi de “La voce del padrone” a 78 giri, ne fanno suonare qualcuno su di un vecchissimo grammofono, mentre sul tavolo campeggia un gigantesco riso Plov, il piatto nazionale, con spezie, agnello, verdure, uvetta.

L’indomani ci tocca una lunga cavalcata attraverso il deserto prima, sterminati campi di cotone poi, villaggetti fermi nel tempo ed il mitico fiume Amur, che attraversiamo sopra un vecchio ponte.

La meta è Khiva, ai margini del deserto di Karakalpak e ai confini con il Turkmenistan.

E’ una cittadina color verde smeraldo, circondata da mura di ocra rosato, ricca, quasi troppo ricca, di moschee, madrase, minareti, musei, mausolei, soffitti, porte istoriate. Questa sorta di museo all’aria aperta inizia dalla Ichon-Qala, la porta occidentale, da cui le mura di fango si dispiegano come un’onda merlata e prosegue con una profusione di meraviglie: colonne di legno intarsiate nell’anno mille o giù di lì, il minareto simbolo di Khiva, a fasce turchesi e rosse, alto e snello come un magico faro, mausolei con le cupole smeraldo, il caravanserraglio tuttora popolato dai mercanti, la fabbrica di tappeti, i mitici “Bukhara”, dove le donne mescolano i colori sotto la protezione dell’Unesco. Fortunatamente qui i bambini non intessono tappeti, nè fanno altri lavori, i bambini in Uzbekistan d’estate giocano e nel resto dell’anno vanno a scuola.

Stasera cadono le stelle e i profili delle cupole e dei minareti si proiettano contro il cielo illuminato dalla luna piena. C’è silenzio la sera in queste stradine di terra battuta, incrociamo famiglie che dormono fuori dalle case per difendersi dal soffio caldo del deserto, si odono i nostri passi e poi le nostre risate davanti ad una bottiglia di vodka.

E’ finita un’altra volta: dall’aeroporto di Urgench un vecchissimo Tupolev con la carlinga profondamente ferita, ma riverniciato a nuovo nei colori lucenti e vivaci dell’Uzbekistan, ci porta a Tashkent e da lì scivoliamo nella notte verso l’Italia e i miei occhi sono ancora pieni della luce purissima di Bukhara.