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La barca a vela: un’emozione profonda come il mare

 

 

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Diario di viaggio

Sono nata a Torino, ai piedi delle Alpi, in una giornata di fine gennaio che mi dicono fosse molto fredda e limpida, così limpida che allungando un braccio ti pareva di sfiorare le montagne. Eppure non le amo affatto le montagne, anzi: il mio cuore batte nei deserti arroventati o sul mare.
Per questo quando mi hanno prospettato la possibilità di 3 giorni in barca a vela ho visto realizzarsi uno dei miei tanti sogni di bambina.

La nostra meta sono state le Isole Eolie, a fine aprile dello scorso anno.

Partiamo, la mia amica Mara ed io, con un volo per Reggio Calabria, dove incontriamo il gruppo e la prima sera a bordo è di convivialità, reciproca conoscenza e allegria, nonostante un cielo brontolone che non sembra promettere nulla di buono.

La prima notte io dormo come un orso: il leggero beccheggio nelle acque del porto mi culla più di qualunque ninna nanna. Mi sveglia il mattino seguente la mia amica scrollandomi: noi due siamo state elette vivandiere del gruppo, lei ha già preparato la colazione ed il profumo del caffè è una buona esca.
Oggi c’è un sole assolutamente insperato e perfetto e, dopo il disbrigo di alcune formalità, possiamo finalmente partire.

Scilla e Cariddi, Calabria e Sicilia, come Ulisse 3000 anni fa o forse oggi? Quante volte ho oltrepassato questo mitico stretto? Una ventina almeno, forse di più, sorvolandolo con l’aereo, attraversandolo in auto con un traghetto o addormentata dentro un treno ingoiato dalla pancia della nave. Ma oggi è un’altra cosa, oggi affronto a viso aperto i mostri che vomitano tentacoli e cercano di ghermire la nostra fragile vela.

Lipari sembra così lontana e lo stretto così insidioso in questi primi momenti di navigazione e poi di là ci sarà il mare aperto ed io sarò sola davanti al mistero.
Ma Eolo ci è amico: il vento si alza con la giusta forza, tanto da permetterci di spegnere i motori e doppiare facilmente lo stretto, senza che la spettacolare ma inoffensiva massa bianca di Scilla abbia tentato di nuocerci.

E dopo ecco il mare aperto, ecco l’emozione che aspettavo, ecco il vento che gonfia le vele. Gli ordini si susseguono frenetici, bisogna dare l’assetto giusto alla barca, il vento ora è più forte, il mare più gonfio, nessuno può disobbedire, nessuno può sbagliare, bisogna essere veloci, avere i riflessi pronti. Sotto gli ordini del nostro bravissimo skipper, la barca riesce a sfruttare il buon vento, a mutare dolcemente il suo assetto e la magia si compie: stiamo andando di bolina!

Le vele sfiorano il mare e lo scafo fila veloce tagliando inclinato le onde. Rimango ben salda contro il bordo della barca, quasi sospesa verso l’infinito e intorno ci sono solo il vento che urla la sua canzone ammaliatrice, il sole che scotta e gli spruzzi salati sulla pelle.

Poco a poco l’adrenalina ruggente sfuma in un’emozione più tenera, quasi in commozione, nel vedere le frotte di delfini che volteggiano di fianco a noi, i cuccioli che giocano fiduciosi, indisturbati una volta tanto, liberi da rumori stridenti e da odori sgradevoli di motore.

Non so dire quanto è durata questa ebbrezza, sicuramente meno di quanto avrei voluto, ma ormai il sole sta calando ed è tempo che la massa scura di Lipari si avvicini. Docile la barca si appoggia al pontile e attracchiamo al porticciolo colorato.

Stasera non si lavora, non si cucina, stasera si mangia sull’isola una cena a dir poco lussuriosa di pesce fresco e ottimo vino bianco.
Anche il secondo giorno splende un bel sole sulle isole di Eolo.
Ci spostiamo velocemente a Vulcano per visitarla. Alcuni si inerpicano fino al cratere, dove io sono già stata in un’altra occasione e scelgo una soluzione più pigra: una specie di quad a noleggio con cui possiamo girare l’isola.
Ci troviamo presto circondati da prati fioriti di tanti di quei colori e forme che non immaginavo potessero esistere tutti insieme.
Proseguiamo sempre più su, fino a Lentia e al promontorio di Capo Grillo, da cui l’occhio spazia all’infinito verso mare, calette, penisole, boschi di pini e scogli, in un tripudio di verdi e azzurri e profumi di sale e di primavera.
Ridiscesi al Porto di Levante, presso i fanghi neri e bollenti, dopo aver comprato dei meravigliosi capperi e arance dolcissime, ci riposiamo in un bar, gustando una classicissima, stupenda granita di pistacchio con brioche.
Risaliamo a bordo e ci godiamo pigramente il sole del pomeriggio sul ponte della barca.
Quando salpiamo nuovamente, costeggiando Lipari e le cave di pomice, il sole sta cominciando a calare ed il cielo diventa piano piano di fuoco.
All’orizzonte si profila la sagoma scura di Salina e a mano a mano che il sole sparisce si alza una splendida immensa luna quasi piena.
Lo scafo si muove dolcemente ed il tempo si ferma, rimane sospeso a guardare l’incanto delle nostre vele bagnate di luce bianchissima contro il nero impenetrabile e profondo del mare. E solo lui, solo il mare respira in questo momento, io non posso, non oso, non riesco a turbare un istante sacro in cui pare che ogni mistero si sciolga e ogni affanno si acquieti. Qui, ora, so con certezza assoluta che per quanti affetti, speranze o dolori possa aver lasciato a terra, nulla e nessuno sarebbe capace di mutare la perfetta felicità di questo istante.
Vorrei davvero che lo skipper cambiasse la rotta allontanandoci dagli scali conosciuti e puntasse la prua lontano, verso il punto più nero e profondo di questo abisso ammaliante.
Ma la realtà e la materia hanno il sopravvento e attracchiamo a Salina, dove ci buttiamo molto prosaicamente ancora una volta su una cena luculliana e fin troppo abbondante.
La mattina del terzo giorno con un po’ di fatica mi alzo alle 7 per poter dare almeno un’occhiata veloce a Salina, dato che non ci sarà il tempo purtroppo per una vera visita.
Nella luce purissima del mattino brillano le case bianche, la chiesetta color limone, le zagare e le bouganville in fiore, le ginestre sulle colline e le increspature lievi del mare.
Nelle stradine a quest’ora deserte trovo ancora una granita di pistacchio con brioche, ultimo sapore di Sicilia che mi porterò a casa, pastoso, squisito, avvolgente.
Alle 9 in punto deve iniziare il viaggio di ritorno e tutti sappiamo che stasera piangeremo di nostalgia.
Non c’è il buon vento del primo giorno ma riusciamo lo stesso a spegnere il motore per metà percorso. Una piccola deviazione ci porta ancora alle cave di pomice di Lipari e alle loro acque smeraldine oggi in piena luce.
Le manovre sono più facili dell’altro ieri, l’andatura è più lenta, ma l’emozione dell’immenso azzurro tutto intorno e dei delfini che saltano vicino a noi è ancora e sempre bellissima.
Questa sera al tramonto siamo sulla strada dell’aeroporto di Reggio, abbracciamo i nuovi amici e ci avviamo ognuno verso la propria casa.
Il rientro alla normalità è abbastanza duro e non è solo la nostalgia a renderlo tale: ci si mette di mezzo anche quello che credo si chiami “il piede del marinaio”, cioè la poco piacevole senzazione che tutto intorno a me stia ondeggiando.
Il mal di mare che non ho avuto sulla barca si fa sentire adesso: mi abbarbico alla scrivania cercando di tenerla ferma, ma, accipicchia, non è lei a dondolare, è la mia testa, il mio orecchio interno con tutti i suoi sassolini che stanno ballando salsa e merengue !
Ci vorranno un paio di giorni prima che il mondo si fermi, ma non importa: ne è valsa la pena. L’esperienza è tra le più entusiasmanti che abbia mai vissuto. La barca a vela ci riporta a sensazioni che con la nostra vita frenetica tendiamo troppo spesso a seppellire. Ed è un’esperienza per tutti: non servono nè preparazione particolare nè doti atletiche o natatorie. Solo amore per la natura e un po’ di spirito di adattamento.
E soprattutto…… essere preparati ad emozioni intense e profonde, profonde come il mare.